- Donato Jaja

Il prof. Donato Jaja, morto a Pisa la sera del 15 marzo 1914 fu uno dei pochissimi scolari di Bertrando Spaventa che nel ventennio, successo alla sua morte, d’abbandono d’ogni alto problema filosofico e di sorda interruzione, durante l’imperversare del positivismo, di quel lavoro critico che, dopo la grande fioritura metafisica della prima metà del sec. XIX, era stato vigorosamente avviato dal filosofo napoletano, mantennero viva con un amore e una fede, che il mondo non seppe, la nuova luce che il maestro aveva accesa nel pensiero italiano, per tramandarla ad una generazione più favorita dai bisogni e dalle tendenze generali degli spiriti a riprendere il lavoro interrotto. Un amore non sorretto da plausi od onori, alimentato nel silenzio della propria anima, gelosamente schivo d’ogni contatto con l’avversa o indifferente cultura contemporanea, dignitosamente e modestamente raccolto nel senso profondo della vanità degli sforzi con cui s’era creduto e si credeva sempre di superare i termini a cui la filosofia era giunta con lo Spaventa; una fede perciò solitaria, e pur salda, ferma, tranquilla, come di apostoli, a cui la verità è stata rivelata, e son certi che la cecità umana dovrà prima o poi esser vinta dal bagliore di quella.
Dalla cattedra il Jaja non trasse né attese mai occasioni e mezzi di mondani rumori, solo contento ad attingerne, fino alla vigilia della sua morte, la soddisfazione, che per lui fu costantemente gioia vivissima, là beatitudine piena di tutta la sua vita, la beatitudine divina di Socrate, di accendere la propria anima all’anima dei giovani bramosi e pronti a cercare la verità. E se questi giovani furono, come sono sempre, rari, egli ne fu pago, e non cercò altro. E pure scrivendo con scrupolosa diligenza tutti i suoi corsi di lezioni, non ne pubblicò mai nessuno; e gli stessi scritti, composti pel pubblico, dimenticò talvolta di pubblicare; e qualcuno era già condotto presso che al termine della stampa. E nelle riviste non scrisse se non quando fu preso da uno straordinario e prepotente bisogno di una discussione ad hominem; e quanto più gli cresceva con gli anni il fervore interno, tanto più ei si chiudeva nel breve giro della sua scuola, e nella sua meditazione. E i vecchi scolari che tornavano in questi ultimi anni a salutare il maestro, che tutti li ricordava e seguiva da lontano e incuorava sempre e teneva stretti a sé, se provavano da prima una grande tristezza nel vederlo declinante sotto il peso degli acciacchi e afferrato con sforzo ansioso alla vita che egli amava tanto e che cominciava a sfuggirgli, dovevano subito accorgersi che il vecchio cuore batteva ancora, batteva sempre come una volta, e non sentiva gli anni, pronto sempre egualmente ad affollarsi dietro alle care idee, sempre luminose e pur sempre studiosamente cercate, scrutate, perseguite. E quell’eterno giovane, sul cui volto brillava continuamente il sorriso d’una fede quasi ingenua, e su cui né la lunga esperienza delle viltà e degli errori dei fatui e dei saccenti, né il sospetto delle irrisioni degli ignari avevano mai lasciato traccia di sdegno, di dispregio o di malinconia, dava l’immagine viva dell’eterna giovinezza dello spirito e della filosofia, quale lo Spaventa l’aveva professata: eterno problema, eterna soluzione. Dalle sue labbra non si udì mai una parola di sfiducia o di stanchezza e accoramento, né pur quando le forze gli venivano meno: il suo spirito mantenevasi alacre, e di tratto in tratto tornava ad effondersi in espressioni di ammirazione entusiastica per la bellezza della vita, che egli si sentiva traboccare dall’animo. Che importava a lui della volgarità che lo circondava, e si riversava nei giudizi negativi ond’era colpita - ed egli lo sapeva - la sua filosofia? Egli, come Spinoza, si spiegava quei giudizi, ne vedeva la necessità; e vedeva la necessità di tutta quella volgarità intellettuale e morale, e però non trovava luogo né a deridere né a deplorare.
Non taceva già in lui la coscienza morale; ma il giudizio, che condannava, intendeva pure e giustificava. Giustificava ogni errore al suo posto; e non si stancava perciò mai di raccomandare, come una delle maggiori e più ardue virtù, la moderazione, o temperanza, come egli diceva, e che era appunto l’ideale etico dello Spinoza; l’ottimismo razionalistico, ma rovesciato dalle basi naturalistiche su cui poggiava pel filosofo d’Amsterdam; giacché per il Jaja il bene non era, ma si faceva; e si faceva in eterno per una via infinita, che è tutta vita del bene; e la ragion d’essere del lungo cammino non era nel punto di partenza, sì nella meta. Alla quale egli non si stancava di animare e spronare con la parola e il fascino della sua personalità; e lì era la sua vera ed energica reazione morale alla negligenza e al difetto altrui.
Giacché la sua personalità su chi era capace di scorgerne i profondi motivi fondamentali, esercitava un vero fascino, come è proprio di tutti gli spiriti che vivono intensamente i loro ideali, e recano in tutti gli atti un forte accento di sincerità. Con lui si sentiva subito di essere alla presenza di un uomo, che non era un semplice professore, uno scienziato, un qualunque professionale del sapere, che distingua tra la sua vita di uomo e la sua professione; uno di quei tanti che sono uomini soltanto in privato e cogli amici. Si vedeva subito che quell’uomo era un uomo anche sulla cattedra; e che quello che era il suo interesse di maestro, era realmente il maggior interesse della sua vita. La sua filosofia non taceva appena finita l’ora della lezione: perché egli scendeva dalla cattedra e continuava il discorso a fatica interrotto quando s’era deciso a scendere; e si traeva dietro chi gli era stato più attento, e restava sotto i portici lungamente con lui a protrarre la lezione; e spesso se ne usciva con quella compagnia, continuando finché poteva, quasi nulla più gli premesse nella giornata. I suoi grandi affetti privati- Bertrando Spaventa, Angelo Camillo De Meis, Francesco Fiorentino - non erano nel suo animo soltanto affetti privati, ma elementi vivi della sua filosofia; grandi ombre di trapassati, che s’incontrava sulla via, che si percorreva e ripercorreva dietro al Jaja, quasi sacre erme, da cui si riceveva a volta a volta ammonimenti e ispirazioni. Egli li aveva amati intensamente in vita; ma più forse, sempre più li venne amando poiché furono morti, vedendoli sempre più ingigantire nel pensiero ritornante sempre con forze più poderose a rimeditare or l’uno or l’altro dei loro ammaestramenti. Sul feretro dello Spaventa aveva detto al maestro: «Finché un pensiero vibrerà nella nostra mente, un sentimento nel nostro cuore, il tuo nome, l’immagine tua, staranno sempre con noi, sulle nostre labbra, negli animi nostri. Con te tanta parte di noi discende nel sepolcro, ma non discende la scintilla, che tu, con pochi altri valorosi, sapesti sprigionare nel pensiero speculativo della nuova Italia. Quella scintilla noi vorremo e sapremo custodirla». E morto due anni dopo il Fiorentino, aveva congiunto nel suo saluto i due maestri in un medesimo proposito sacro: «In Bertrando Spaventa e in te noi terremo sempre fissi gli sguardi, sicuri di mirar sempre a ciò ch’è nobile ed elevato. Il giorno che il nome e la memoria di Bertrando Spaventa e tuoi cadranno dalla mente e dagli animi nostri, quel giorno i nostri cuori avranno cessato di battere». E così fu. Al De Meis era congiunto da legami domestici; ma egli ricordava la dottrina sterminata e tutta umana di quel savio buono, che l’ardore veemente delle grandi passioni per la scienza, per la virtù, per la patria quale egli la vagheggiava, seppe contenere e ingentilire con la grazia squisita d’un animo aperto alla simpatia e all’amore per tutto ciò che avesse lume spirituale, e le rigide concezioni e le tendenze spietate del razionalismo temperò e rammorbidì al calore d’un intenso sentimento cristiano. Tre nomi, tre simboli: tre aspetti della filosofia del Jaja, che sentì egualmente l’influsso di tutti tre questi suoi maestri; e se dallo Spaventa, che pure fu in qualche modo maestro anche del Fiorentino e del De Meis, fu spinto verso il segno a cui mirò sempre il suo pensiero speculativo, egli non percorse la via senza preoccuparsi di problemi che avevano attirato l’attenzione degli altri due, dell’uno dei quali fu lungamente scolaro nel periodo della sua formazione mentale, e all’altro somigliò e fu simpateticamente stretto nel modo ottimistico d’intendere la vita.
Nacque il Jaja a Conversano il 18 agosto 1839 da Florenzo e da Elisabetta Pinto. Studiò nel seminario patrio, e s’avviava per la carriera ecclesiastica, quando suonò l’ora dell’universale riscossa per le province meridionali; e da ogni parte la gioventù accorreva a Napoli che si rinnovava. A Napoli si recò, poco dopo il 1860, anche il Jaja, quando ci venne Francesco Fiorentino, futuro professore anche lui di filosofia teoretica in questa Università di Pisa: entrambi allora animati da quella fede filosofica, che in tutto il mezzogiorno d’Italia aveva allora largamente seminata la parola eloquente del Gioberti. Quando vi giunse lo Spaventa e vi iniziò sulla fine del ’61 la sua inesorabile critica del giobertismo, il Jaja doveva simpatizzare coi molti che si preparavano a combatterlo: tra i quali era il Fiorentino. Ma è noto come questi dall’opposizione passasse alla stima reverente dell’avversario e all’ammirazione, appena conosciuti i suoi scritti; e con sé dovette trarre il giovane Jaja. Quando il 12 gennaio 1863, incominciato il suo insegnamento a Bologna, il Fiorentino diede notizia di sé e della condizione degli studi filosofici in quella città allo Spaventa, cui prima di lasciare Napoli s’era accostato, scriveva: «Alla mia scuola usano pochi uditori, alle altre della mia facoltà meno che pochi o nessuno. Per buona ventura è venuto qua a continuare i suoi studi filosofici un bravo giovane delle province meridionali, un tal Donato Jaja, quel medesimo che mi accompagnava, quando presi commiato da voi. Ha buon ingegno, e buona volontà, ch’è ancora più rara ne’ nostri giovani. Altri vanno e vengono più per curiosità che per vaghezza di studio: sono le comete di tutte le cattedre».
Il Jaja fu assiduo alla scuola del Fiorentino fino al 1868, stringendosigli di devota amicizia, e con lui entrando nella familiarità del De Meis, che era a Bologna il centro dell’alta cultura filosofica, e il rappresentante più autorevole di quel movimento di pensiero che aveva il suo capo a Napoli, in Bertrando Spaventa.
Lo studio della critica aristotelica della trascendenza platonica diede nel 1863-64 l’ultimo colpo alle preoccupazioni giobertiane del Fiorentino contro la filosofia tedesca. Lo Spaventa si levò in alto nel suo pensiero: divenne il suo maestro, col cui spirito, scrivendo il Saggio sulla Filosofia greca e poi lavorando attorno al Pomponazzi, fu sollecito di tenersi in continuo contatto. E così di riverbero il pensiero dello Spaventa cominciò ad agire sulla mente del Jaja. Il quale, pubblicando nel 1869 la sua dissertazione di laurea Origine storica ed esposizione della Critica della ragion pura di E. Kant, la dedicava al Fiorentino per riconoscenza verso colui che «pel primo» era venuto educando il suo intelletto «nell’arduo campo delle scientifiche speculazioni». Egli infatti non aveva ancora conosciuto lo Spaventa se non attraverso il Fiorentino, pur avendo già studiato gli scritti che fin allora aveva pubblicati il primo, e conosciuto lui stesso di persona, presso il De Meis, quando lo Spaventa fu a Bologna nel ’68 per un’inchiesta su quella Università. Egli conquistò a grado a grado lentamente e a fatica la coscienza delle verità, intorno alle quali lavorò poi tutta la vita. E i primi passi gli dovettero riuscire difficili. Egli che con un verecondo senso di pudore, che non ebbero tanti altri coetanei, vanitosi ostentatori di crisi che non ebbero mai, rifuggì sempre dal ricordo dei travagli, che alla sua anima profondamente religiosa dové costare il sacrifizio della robusta fede degli anni più giovanili, a uno de’ suoi scolari, che mostrava di essersi già francamente collocato su quella cima, che il maestro gli aveva additata: Vedi, disse, questo concetto che a te ora par chiaro, che non c’è oggetto di fronte al soggetto, ma questo se lo costruisce generando se medesimo, questo concetto che ora infatti è chiaro, come oscuro era quando cominciammo noi, e quanti sforzi, quanti dubbii, quante esitazioni, quante ansie non ci costò!
Conseguita la laurea, ottenne alla fine del ’69 la cattedra di filosofia nel Liceo di Caltanissetta. E testo del suo insegnamento dovettero essere allora le Lezioni di filosofia di Felice Tocco, che erano state quell’anno, pubblicate a Bologna dal Fiorentino, a spese anche del Jaja. Il quale più tardi scrisse di suo un corso di lezioni, che comunicava agli alunni litografate; e ancora in questi ultimi anni diceva di esserne sempre contento, e pensava di pubblicarne quante gli sarebbe riuscito di raccoglierne. Dopo un anno lasciò il Liceo di Caltanisetta per quello di Chieti; donde nel novembre 1874 tornò a Bologna, accanto al suo De Meis.
Ma da questo si divise nell’aprile 1879 quando il concorso vinto per la cattedra di filosofia nel Liceo Genovesi di Napoli, gli diede modo di recarsi presso allo Spaventa, cui anche il De Meis guardava e additava come il faro più splendente della filosofia italiana, e non italiana soltanto. E a Napoli il Jaja visse felice nella consuetudine quotidiana del venerato maestro, fino alla morte di questo, avvenuta il 17 febbraio 1883. Nel 1880 era tornato a Napoli da Pisa il Fiorentino, che successe poi nella cattedra allo Spaventa: ma anch’egli mancò il 22 dicembre dell’anno dopo. Allora il Jaja, che pur nell’Università di Napoli aveva nel giugno 1882 preso l’abilitazione alla libera docenza di filosofia ed era stato chiamato a far parte di quell’Accademia di scienze morali e politiche, sentì il vuoto attorno a sé; e raccolse in volume tutti i Saggi filosofici fin allora pubblicati e dié in luce un nuovo studio: Sentire e pensare o L’idealismo nuovo e la realtà: due libri modesti ma sostanziosi, che gli procacciarono la cattedra di Filosofia teoretica in questa Università, alla quale venne nominato il 17 settembre 1887.
E qui finisce il breve racconto di tutti i fatti esteriori della sua vita. Da allora egli visse della sua speculazione, la cui storia sarebbe la storia stessa del suo insegnamento. Poco pubblicò dopo l’87. Ma non tralasciò mai di meditare e di scrivere intorno a quello che fu il problema della filosofia per lui: il problema del conoscere inteso, non come attività che presuppone il reale e gli si oppone, ma come intima sostanza dello stesso reale. Concezione che era stata già enunciata dallo Spaventa come l’esigenza più profonda della nuova filosofia dopo Hegel e dopo l’empirismo prevalso in Europa nella seconda metà del secolo passato; ma che fu approfondita dal Jaja con indagine insistente, instancabile, attraverso gran mole di studi, de’ quali appena due saggi furon dati alle stampe, in un primo volume d’una Teoria del conoscere o Ricerca speculativa. nel 1893, e in una memoria, L’intuito nella conoscenza, nel 1894, a non tener conto di scritti minori (che saranno qui appresso ricordati in un elenco completo al possibile). Ma è da augurare che non vadan dispersi i molti manoscritti da lui lasciati, che potrebbero fornirci documenti preziosi dello svolgimento del suo pensiero negli ultimi vent’anni. Poiché la soluzione accennata nella parte che è stampa della Teoria del conoscere è l’annunzio di un concetto che dovette premere sempre più fortemente sul pensiero del Jaja, per vincere la resistenza e gl’impedimenti oppostigli da’ residui della vecchia e sempre viva intuizione del mondo come natura. E il Jaja mirò a concepire la realtà come spirito; ma come spirito che si fa tale, ossia come realtà che si fa, ma non è, spirito. E questa eterna nascita dello spirito, come ho detto altrove riassumendo la dottrina esposta dal Jaja ne’ suoi scritti, questa vita sempre operosa del pensiero, come vita dello stesso essere, questo culminare del tutto nella mente dell’uomo per celebrarvi la propria natura, questa, insomma, fu l’intuizione di cui visse la sua mente in quel suo entusiastico fervore di gioia per la partecipazione a un’eterna fatica, che è il trionfo del bene, la purificazione di tutte le colpe e di tutti gli errori, la consumazione di tutte le scorie naturali da cui si sviluppa la vita dello spirito, la conciliazione di tutti i contrasti, il raccogliersi in uno di tutte le più opposte tendenze, e pacificarsi di tutte le forze in quella che sola è viva e vera nel suo farsi eterno. Anche nella, Ricerca speculativa c’è la natura solida e opaca in cui l’essere irrivelato corre per tutti i gradi della irrivelazione per sboccare da ultimo nella coscienza; e si getta ancora una mole massiccia dentro al fluido farsi dello spirito. Ma è come il pungolo, della filosofia del Jaja, che perciò vuol dirsi «ricerca». È il motivo, forse, dell’arrestarsi dell’opera al primo volume; certo del persistere in tutto il resto della vita del filosofo (altri venti anni laboriosi di ricerca, di cui si troverà la storia nei molti manoscritti da lui lasciati) della meditazione del problema ereditato da Bertrando Spaventa, della trasformazione dell’assoluto idealismo in assoluto spiritualismo.
Ed è anche il simbolo di questa filosofia, travagliatasi per così lungo spazio di tempo sopra un medesimo problema, sempre risoluto, e non mai risoluto. La più nobile, la più pura vita di filosofo: ché non ce n’è stata un’altra così pervasa e vibrante del senso dello spirito, che si leva su dalle miserie del mondo, e splende nel suo lavoro immortale. Onde ricordare la sua dottrina, per chi lo conobbe, non è possibile senza ricordare quella sua pura anima, quel suo nobile aspetto, dove mai non fu sorpreso nulla di volgare: quell’austero e pur dolce volto, dove ogni ombra si dileguava al sorriso dei pensieri alti e buoni.

GIOVANNI GENTILE

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