Carlo Quattrucci

Roma 3 maggio 1932 – 28 aprile 1980 - è stato pittore,incisore, grafico e scultore

“E' pittore. Come altri, crede che essere pittore debba dire qualcosa. Di sé; non potrebbe essere altro, così sente, quasi un destino. Ma sa che il proprio destino deve legarsi alla storia degli altri, alla realtà del mondo per avere una vita. Ama la natura fino a cercarne in un'incantata scoperta gli aspetti più segreti e la bellezza più misteriosa. Ma ha appreso una dura verità. Viviamo in un tempo in cui il discorso sulla natura diventa silenzio su troppe altre cose. Per questo la vita lo riporta tra gli uomini... Nomade, scanzonato non rassegnato alla banalità e all'ingiustizia affronta onestamente questa verità. Con una segreta aspirazione ad essere popolo, epico cantastorie delle immagini di un mondo felice... con questa bruciante passione e voglia di vivere libero..." Elio Mercuri

Per conoscere l'anima di Carlo Quattrucci non servono date, notizie, aneddoti: il senso della sua esistenza terrena e del suo ultimo destino sta scritto nelle sue tele, che sono insieme autobiografia per immagini e specchio simbolico di un lembo doloroso dell'eterna e ripetitiva storia del mondo degli uomini. Vania Di Stefano

Nel 1961 fonda, assieme ad altri giovani pittori il gruppo “Libertà-Realtà” Marcello Confetti, Paolo Ganna, Piero Guccione, Gino Guida, Pino Reggiani, Aldo Turchiaro e Pasquale Verrusio con dichiarazione d'intenti politici e sociali.

Nel 1965 si reca in Messico per collaborare con l'équipe di David Alfaro Siqueiros all'attuazione di vari murales (a Città del Messico “Poliforum di Manuel Suares” , “Castillo de Chapultepec” e “Palacio de la ex Aduana”; a Cuernavaca “Poliforum”).

L'amicizia con David e Angelica Siqueiros segnerà l'inizio del suo interesse e della sua presenza nella cultura di lingua spagnola. La sterminata natura messicana gli diede un nuovo senso spaziale cosmico; compare il motivo del grande albero quale metafora di vita e poi, disseccandosi, di morte.

Nel 1966 conosce a Roma Rafael Alberti e Maria Teresa Leon e da questo incontro nasce una profonda amicizia che accrescerà il suo amore per la Spagna; paese che conosceva già attraverso la letteratura, l'arte e la storia antica e contemporanea.

Nel 1975 soggiorna a Barcellona.

Nel 1976 è a Mosca dove s'interessa al “Costruttivismo” immaginando, al rientro, due serie di dipinti. Vive memorie goyesche, la teatralità della corrida, riscopre la magia gioiosa dell'avanguardia russa arrivando ad uno stile personalissimo definito da Renzo Vespignani “incollocabile nel casellario critico” dell'epoca.

Nel 1977/1978 vive alternativamente in Spagna e in Italia e, nel suo studio di Trastevere, si dedica alla pittura, alle incisioni, alla decorazione ceramica, alle vetrate piombate e alla scultura.

Verrà definito da Rafael Alberti “pittore universale trasteverino”.

Muore a Roma, a soli 47 anni, il 28 aprile del 1980.

Le sue opere figurano in musei d'arte moderna italiani ed esteri, in importanti collezioni private Roma, Milano, Bari, Napoli, Firenze, Messina, Palermo, Catania, Lecce, Ferrara, Bologna, Torino, Trieste tra cui la famosa collezione internazionale di mini quadri di Cesare Zavattini e in vari musei, tra cui la Fondazione “Fratelli Cervi” , i Musei d'Arte Moderna di Melbourne, di Bruxelles e di Wurzburg.

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Prima mostra del gruppo Libertà-realtà

17-27 gennaio 1961-galleria stagni

Lettera-manifesto di nove giovani pittori

di Marcello Confetti, Paolo Ganna, Piero Guccione, Gino Guida, Carlo Quattrucci, Pino Reggiani, Aldo Turchiaro, Pasqualino Verrusio

Siamo un gruppo di giovani pittori romani.

Abbiamo un comune una posizione critica di fronte alla cultura e all'arte della società in cui agiamo:

rileviamo nella teoria e nella pratica dell'”arte per l'arte” e dell'”arte informale” la conclusione di un generale processo di decadenza che è in corso da molto tempo nell'arte ed in genere nella cultura italiana.

Sentiamo stretto il rapporto fra questa arte decadente ed una società divisa in classi in cui predominano gruppi che, per il mantenimento ed il consolidamento di uno “statu quo” a loro estremamente favorevole, tendono a tagliare fuori gli intellettuali da un organico sviluppo con la società e nella società, a corromperli ed a spingerli nell'individualismo idealistico ed anarchico.

Questo gruppo di pittori intende quindi opporsi alla atmosfera culturale creata da questa situazione, desidera ristabilire un rapporto tra l'artista e la società, società che, malgrado il non disinteressato pessimismo, questi pittori credono ancora viva e vitale e intendono cogliere nella dialettica del suo sviluppo.

Spesso in questi ultimi anni, alcuni artisti impegnati alla ricerca di una visione oggettiva della società,hanno finito per arenarsi su posizioni quanto mai pericolose ed equivoche. Da un lato si è voluto esprimere un'aspra posizione di critica nei confronti della società; un giudizio violento che passando dal sentimento, sia pure in parte giusto, dello sradicamento che l'uomo subisce nella moderna vira borghese (sradicamento sa sé stessi, dalla propria umanità, da ogni sano ed organico rapporto sociale), ha finito spesso per coinvolgere l'uomo stesso in una condanna irrimediabile.

Una condanna questa che a noi sembra invece nascere principalmente dall'impossibilità o dall'incapacità di questi artisti di distinguere tra una contraddittoria e drammatica posizione individuale e le contraddizioni obiettive di una società da questa posizione deriva poi l'attrazione più o meno cosciente, che gli artisti di questa tendenza provano verso l'arte informale, che infatti nel suo estremo “smembramento” della visione (e questo concetto sull'arte informale noi lo sosteniamo malgrado che una certa parte della critica parli di una... ricostruzione) offre a questi artisti congeniali e suggestive nonché facili soluzioni formali.

D'altro canto ci sembra che a volte si sia corso il rischio di cadere nell'eccesso opposto, cioè, in un generoso ma ingenuo ottimismo e, peggio ancora, a noi pare che nella lotta condotta contro tutto ciò che è irrazionale, morboso, contro cioè certi motivi centrali della cultura decadente e forse anche nella paura di essi, si sia rimasti impigliati in un fare rigido e impacciato che ha portato a una visione a volte superficiale della vita e della storia.

E' nostra intenzione lottare contro questo opposti pericoli cercando appunto di comprendere la realtà del nostro tempo nel vivo della sua dialettica.

E' nella restituzione della verità (una verità non scontata a priori ma da scoprire giorno per giorno) partendo da una posizione spregiudicata e progressiva, lontana da qualsiasi cristallizzazione letteraria e nella volontà di esprimerla con mezzi adatti a ricostruire una moderna iconografia, che noi sentiamo di trovare il modo più profondo per partecipare attivamente all'evoluzione della cultura e della società.

Noi desideriamo conservare ognuna la massima libertà di ricerca e di espressione per la conquista di un linguaggio che ci permetta di restituire la realtà oggettiva del nostro tempo.

Non respingiamo perciò a priori le esperienza artistiche del nostro secolo ma al contrario sosteniamo la necessità di una valutazione meno unilaterale delle esperienze della avanguardia storica.

D'altronde pur consapevoli dell'importanza che assumono certi fatti della pittura moderna nella ricostruzione di una visione organica, siamo d'accordo nel cercare di evitare ciò che a noi sembra accadere molto spesso, cioè l'uso del tutto intellettualistico di certi mezzi. E' probabilmente una repulsione cosciente o meno da parte di molti giovani artisti verso una ispirazione genuina dalle forme della realtà, che conduce a tale uso delle forme come elementi puri del linguaggio, come forme-idee e sbocca nell'intimismo od in un neo-simbolismo astratto e sofisticato.

Il dibattito che intendiamo aprire con questa mostra e al di là della mostra stessa servirà a portare la discussione non solo su ciò che neghiamo ma anche su quei contenuti della moderna pittura cui noi crediamo e che abbiamo cercato di esprimere, per quanto ci è stato possibile, con la nostra pittura.

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