Luca De Napoli

Biografia

Luca De Napoli è titolare e amministratore delegato del Gruppo di Comunicazione «Luca De Napoli & Partners». Ha iniziato la sua attività di comunicatore nel 1969, avviando un processo di qualificazione delle aziende pugliesi nella direzione della comunicazione pubblicitaria. Con attività di docenza e di formazione ha educato generazioni di operatori pubblicitari, contribuendo così alla realizzazione di professionalità emergenti da collocare nel mondo del lavoro. È Tecnico Pubblicitario Professionista della TTP dal 1975 e fa parte, dal 1985, della Unicom, Unione Nazionale delle Imprese di Comunicazione. Specialista di comunicazione pubblicitaria, di tecniche di stampa, di grafica editoriale e graphic design ha ottenuto numerosi riconoscimenti per la comunicazione, nazionali e internazionali. Ricopre incarichi di consulenza per Enti e grandi aziende private. Nel campo della fotografia svolge attività di ricercatore e operatore dal 1967, esperienza che ha applicato nell’attività di comunicatore pubblicitario.

Segnalato a VetrinaPrestigiosa il 3.3.2011 da Piero Villani

Mostre fotografiche

Castello Svevo di Bari - (Dicembre 2001)
Università Marc Bloch di Strasburgo (Marzo 2002)
Parlamento Europeo di Strasburgo (Marzo 2002)
Castello Aragonese di Otranto (Luglio 2002)
Teatro Politeama di Lecce (Novembre 2002)
Direzione Fiat di Roma (Ottobre 2002)
Castel dell’Ovo a Napoli (Aprile 2003)
Castello Aragonese di Otranto (Agosto 2003)
Ospedale dei Crociati a Molfetta (Settembre 2003)
Buch Messe di Francoforte (Ottobre 2003)
Les Italiens a Parigi (Novembre/Dicembre 2003)
Museo Nicolajano di Bari (Maggio 2004)
Palazzo di Città di Bitonto (Luglio 2004)
Il Melograno di Monopoli (Settembre2004)
Teatro Piccinni di Bari (Maggio 2005)
Museo della Fortezza di San Pietroburgo (Luglio 2005)
Teatro Rossini di Gioia del Colle (Marzo 2006)
Auditorium Emanuele e Anna Degennaro di Bitonto (Maggio 2006)
Fiera del Levante - Bari (Settembre 2006)
Mediterre - Bari (Settembre/Ottobre 2006)
Musée du Cinéma et de la Photographie - Saint Nicolas de Port, Nancy (Dicembre 2006)
Expo Levante, Bari (Aprile 2007)
Facoltà di Agraria - Bari (Maggio 2007).

Recensioni

Leonardo da Vinci, artista e scienziato, segnalò nel Trattato della Pittura quella facoltà straordinaria per cui l’uomo osservando le nuvole vi scorge cavalli e cavalieri in battaglia, e contemplando una macchia d’umido sul muro vi ritrova un volto. La metamorfosi dunque come processo nomade dell’immaginazione. Ovviamente, ai tempi di Leonardo, l’esperienza visiva degli antichi non poteva che trascorrere da una cosa vista ad altra cosa vista e riconoscibile, ad un’altra “figura”. Solo in tempi moderni la cultura dell’astrazione supportata da una diversa sensibilità scientifica (la scoperta dei raggi x, del microscopio) avrebbe favorito trasmigrazioni della fantasia in direzioni diverse: quelle della materia in sé, dei colori puri, delle strutture primarie. Una nuova dimensione di mondi sconosciuti che consentiva scoperte eccitate come quella di Max Ernst intorno al 1914: il grande protagonista dell’arte dada e surrealista - racconta lui stesso - si soffermò un giorno a contemplare le venature e i nodi del pavimento di legno, un parquet rustico, della sua stanza a Colonia. Come riprodurne il fascino? L’artista pensò di premere sulle assi un foglio e soffregarci su con una matita. Nascevano così, con la tecnica del frottage, opere definibili come “astratte”, o che traducevano della forma originaria la vibrazione visionaria, l’essenza trascorrente.
Tanti fantasmi hanno popolato e popolano da allora le avventure dell’occhio moderno. Sempre più consapevole dell’affermazione di Paul Klee in uno dei suoi appunti di lezioni alla Bauhaus, fondativi della scienza della visione, la Gestaltung.: “l’arte non rappresenta il visibile, ma rende visibile “ (ciò che visibile non è).
La fotografia stessa, la tecnica nuova che sembrò dovesse consacrare con assoluta esatta fedeltà l’esistenza del mondo esterno, nasceva dalla cultura del calco, dell’impronta, della “epifanìa”. Il miracolo della lastra di rame che Nicéphore Niepce tenne esposta nel 1826 per un giorno intero, finché non vi si rivelasse, frutto della lunga condensazione di luce, l’immagine depositata sul bitume di Giudea. La fotografia non come protesi meccanica dell’occhio umano ma come sonda capace di catturare e fermare ciò che sulla retina trascorre e si perde o non è addirittura coglibile. Quella capacità nuova di introspezione, e di smarrimento insieme, che Michelangelo Antonioni raccontò in “Blow Up” (1966): la storia del fotografo che in una immagine scattata casualmente scopre l’impronta di un corpo nascosto dietro il cespuglio di un parco. Un corpo che non c’è più, che nessuno ha mai visto, ma che pure è fissato in quella foto, fantasma di un evento, un omicidio?, che potrebbe non essere mai accaduto.
Senza questo lungo percorso culturale, forse Luca De Napoli non avrebbe mai pensato, od osato, di fotografare gli ulivi della sua Puglia non sotto specie di “alberi”, di compiute forme organiche inserite in una scena della natura - il paesaggio - ma puntando lo sguardo ravvicinatissimo, il suo blow up, su rughe solchi scoscendimenti, preminenze e cavità di tronchi che così divengono - come le leonardesche macchie sul muro - immagine altra, parabola di metamorfosi del reale.
Ma prima di esaminare più sistematicamente le immagini di Luca, sarà forse il caso di premettere una domanda: perché fotografare l’ulivo, proprio l’ulivo? La prima risposta è quella più ovvia, ma non per questo oziosa. Perché l’ulivo è l’albero che domina il paesaggio di Puglia, lo caratterizza sino a divenirne una sua icona (difatti lo ritroviamo, stilizzato in modo bruttino in verità, nello stemma della Regione). Dunque rappresentare l’ulivo può voler dire, per classica metonimia, Puglia.
La seconda risposta possibile è che l’ulivo sollecita più di altri alberi, interpretazioni e suggestioni che vanno oltre le sue apparenze di corpo del mondo vegetale. Certo, da sempre - sin dai tempi del Mito - l’albero si è prestato a letture di tipo antropomorfico, parafrasi dell’uomo e delle sue vicende. Dalle leggende degli dei dell’Olimpo alle saghe del Romanticismo nordico, vasta e folta come un grande bosco - è il caso di dire - è la produzione di immaginario suggerita dagli alberi, nella letteratura ancor più che nell’arte e poi ancora nella nuova Musa del XX secolo, il Cinema. E non sarà certo il caso di richiamare quanto la cultura visiva debba in particolare all’ulivo, quali e quante siano state le sue esplicazioni simboliche (persino, tempi nostri, come logo di uno schieramento politico).
Non è il caso di ricordarlo non solo perché cascheremmo nel risaputo, ma perché andremmo lontano dall’occasione che qui ci viene proposta. Nessuna intenzione di tipo simbolista, nessuna ambizione di fare dell’ermeneutica in chiave naturalistica, detta infatti l’approccio di Luca De Napoli al tema dell’ulivo. Più pertinente semmai, e in qualche misura persino doverosa, può essere la citazione di letture visive che sull’ulivo si sono fatte in Puglia. Nemmeno tante, in fondo, almeno in modo sistematico e significativo. In fotografia, un ciclo tematico sull’ulivo fu svolto negli anni Sessanta - Settanta da Angelo Saponara, pioniere di una fotografia di taglio prevalentemente antropologico nella nostra regione. Ma gli ulivi del fotografo barese, rigorosamente in bianco e nero (il colore in fotografia non aveva dispiegato ancora le sue potenzialità tecniche, e comunque era sentito come troppo realistico, dunque non “artistico”), erano visti in prevalenza nella loro interezza di tronco rami foglie e frutti, dunque come “personaggi” che popolavano e animavano uno spazio vitale, o addirittura una scena corale - la campagna, l’uliveto, i luoghi della “civiltà contadina”.
Una sapiente e sensibile drammatizzazione di gusto antropomorfico, dunque. Legata in fondo alla cultura pittorica del “paesaggio” (ovvero, scriveva Francesco Netti sul principio del Novecento, il quadro come “finestra aperta sulla natura”. Principio fondante della rivoluzione naturalistica dell’Ottocento al quale si riconduce anche la rappresentazione di ulivi in pittura, dai quadri giovanili di De Nittis sino alla generazione di paesaggisti pugliesi attiva sin oltre la prima metà del Novecento, da Ciardo a Stìfano).
E si deve probabilmente anche a questo sospetto di “paesaggismo”, sentito come retaggio di una cultura non più attuale, se i protagonisti della fotografia contemporanea in Puglia, quelli che si affacciano sulla scena dagli anni Settanta in poi, con apporti crescenti di nuova generazione sino all’attuale sin troppo folta espansione, hanno evitato o non hanno sentito il tema dell’ulivo. In sintonia del resto con i percorsi delle nuove generazioni di artisti pugliesi. Nella mostra del 1990 “Il Luogo e la Contrada” nel Castello di Bari (titolo mutuato da Heidegger) si mettevano a confronto proprio due modi diversi e distanti, per cultura generazionale, di intendere il rapporto con la natura di Puglia.
Non fu casuale che l’ulivo vi apparisse sotto veste nuova. In pittura nella chiave espressionistica scelta da Domenico Cantatore (primi e primissimi piani di frammenti poderosi e contorti di colore quasi da colata lavica su sfondi di rossi accesi), in scultura come object trouvé, pezzo reale di tronco con la sua tattilità organica confitta col metallo, espressionismo materico di Pino Spagnulo, grottagliese a Milano. E che la rivelazione della sua oggettualità drammatica fosse la nuova “contrada” del neonaturalismo meridionale, era stato confermato dall’esposizione in uno stand di ExpoArte a Bari negli anni Ottanta di un albero di ulivo vero e intero, tronco e rami e foglie, ad opera dello scultore Antonio Paradiso, anche lui emigrato dalla Puglia, da Santeramo in Colle, a Milano.
Di tutta questa crescente complessità della cultura visiva nella regione stimolata dal contatto con le tendenze internazionali, è opportuno tener conto, per comprendere e discutere meglio il senso dell’esperienza fotografica compiuta ora da De Napoli. Parliamo di un operatore della comunicazione che si è affermato come uno dei pionieri della grafica pubblicitaria in Puglia, dunque di un linguaggio connesso alla cultura metropolitana e alla tecnologia della serialità. Che ora abbia sentito il bisogno di soffermare lo sguardo sulla pianta che parla di natura mediterranea e di civiltà agraria, quasi agli antipodi dunque della cultura massmediologica, è sintomo che fa pensare. C’entra certamente, almeno così mi pare, la riscoperta della natura in corso da una ventina d’anni a questa parte: non solo o non tanto come antidoto alla crisi della civiltà urbanizzata (ma la cultura della Modernità, quella che ha nutrito le rivoluzioni epocali del Novecento, non è mai discesa in Puglia se non nei suoi più squallidi esiti di speculazione edilizia) ma come valore positivo, risorsa anche economica (le produzioni agricole doc, il turismo). Nuova sensibilità, figlia magari involontaria anche dei movimenti ecologisti, della cultura ambientalista, che ripesca e riveste le tradizioni seppure in modi ambigui (dai rigurgiti di nostalgia localistica alle audaci contaminazioni postmoderne). Rimette dunque in moto processi di formazione simbolica. Riscopre sotto luce nuova antiche icone, per un progetto di ridefinizione di una identità del territorio nel tempo discusso della globalizzazione planetaria.
Fotografare oggi l’ulivo significa dunque, se non si cade in ingenue referenzialità di ritorno conservatore, vederlo con occhi nuovi. “Vedere è sempre vedere più di quanto si vede” ammoniva negli anni Sessanta con elegante gioco di parole Merleau-Ponty, il maestro della école du regard. Lo sguardo con cui Luca De Napoli ha indagato l’ulivo inseguendolo e fissandolo albero per albero, tronco per tronco, lungo un tracciato territoriale di cui ha fissato ogni tappa, ogni luogo, è quello di chi vuole scoprirne l’essenza di materia, la sua capacità di sprigionare visioni, il suo segreto metamorfico. Un po’ come il segreto di quel “bosco vecchio” di Dino Buzzati in cui ogni tronco ha un’anima, nasconde un personaggio, dice cose che l’orecchio umano non intende.
Ma non si tratta, avvertivo, di spiritualismo, di un approccio romantico alla natura come “foresta di simboli”, cara a Baudelaire. Queste fotografie che inquadrano come sotto la lente di un microscopio un pezzo di ulivo, si soffermano innanzi tutto sulla sua consistenza tattile, la sua orografia per così dire, la suggestione materica. Di volta in volta essa dice di asperità solcate da ferite o di sensuali velluti. Scorre sinuosa ed accesa come fiotti di lava vulcanica oppure ha la stesura larga solida e solenne di rocce del pleistocenico. Una materia, il legno d’ulivo, che non solo ha anime diverse ma rivela ancor meglio, all’osservazione ravvicinata, quella sua natura drammatica che sempre ha affascinato gli osservatori. La drammaticità sta nel movimento contorto, la spirale, il gorgo - ci andrebbe a nozze la cultura decadentista, da Poe a Munch! - che però non è grafismo, non è linea di superficie ma scavo, solco, intaglio, buco, ferita, cicatrice. Un palinsesto scritto dal tempo, accumulo di vita.
Ma questi segni e questi ingorghi di corpo vegetale non si potrebbero rivelare all’occhio contemporaneo se la cultura - che è fatta di intelligenza del sapere e di memoria collettiva - non gli avesse fornito la griglia storica del “saper vedere”. Questa griglia non è tanto o non è più solo la cultura dell’astrazione che ha segnato al principio del XX secolo una delle più grandi rivoluzioni visive della storia, alla quale ho accennato in premessa e che comunque fa da prologo necessario. L’occhio del nostro fotografo ha un input più vicino, ed è la cultura dell’Informale. Di quel movimento cioè che a partire dal secondo dopoguerra ha fatto scoprire - o riscoprire in alcuni casi - la forza esistenziale, la vitalità misteriosa ed originaria della materia nello stadio che precede ogni suo ordinamento razionale, la sua “messa in forma” appunto. Dall’Europa all’America in modi e con sensibilità diverse artisti che portano nomi come Wols, Fautrier, Dubuffet., Pollock, Burri, Kiefer e tanti altri hanno conferito dignità alla materia primordiale, al gesto inconscio o istintivo, alla fenomenologia della vita colta e vissuta con i cinque sensi. La natura come doveva essere prima al tempo del Caos, prima del Grande Gesto che separò la terra dall’acqua, dette ordine al mondo. Un’arte, una cultura della “generazione in rivolta”, o meglio in rivalsa contro la geometria tecnologica e la massificazione urbana.
La cultura dell’Informale nelle sue varie anime e specie (dall’Action Painting americana all’Art Brut francese al Naturalismo astratto italiano) ha poi finito per nutrire, come sempre accade nella storia dell’arte, sensibilità di cultura di massa, gusti linguistici persino nella moda. Insomma per paradosso nuovi ordini estetici, in parallelo con una scienza che con le teorie dei frattali e delle catastrofi rivelava che tutta la Natura non è il luogo delle forme e dell’ordine, ma di una relatività inquieta e dinamica.
Non è necessario, anzi lo escluderei, che nella scelta di De Napoli giochino direttamente, come se fatta a tavolino, citazioni puntuali. E’ piuttosto un’area di suggestioni che del resto hanno influenzato grandi fotografi italiani, da Giacomelli a Fontana. Non c’è concettualismo nel dialogo che queste fotografie intavolano con il loro oggetto, ma rapporto sensoriale, se non addirittura sensuale (non sembra un caso - honny soit qui mal y pense - che spesso cavità e intagli come prominenze assumano sembianze allusive di organi femminili e maschili, vulve e falli. D’altra parte l’albero stesso è simbolo di virilità, e tutta la cultura mediterranea è pervasa dal principio generatore della vita, dal culto della fecondità). L’ulivo non è solo un albero “drammatico”, ispira forza e senso, si piega ai venti di scirocco, sceglie le sue tortuose vie di crescita alla luce.
L’uso del colore sottolinea questa sensorialità di visione. E’ tutt’altro che realistico, banalmente referenziale. Anzi sovverte quello che è il canone monocromatico di rappresentazione dell’ulivo, tradizionalmente giocato in pittura sul tonalismo malinconico del grigio e del verde con i suoi riflessi metallici. De Napoli sviluppa variazioni calde e accenti quasi espressionistici. Rileva volumi e definisce profondità e contorni di mappe, sino ad esaltarsi qua e là in contrasti di vaga tentazione retorica, quando l’occhio si solleva ad inquadrare profili contro cieli azzurri o tramonti infuocati. Emersione spaziale del resto necessaria, di tanto in tanto, per restituire all’ulivo la sua dimensione e relazione con lo spazio, per definirne il radicamento, la presenza nella madreterra pugliese.
Puglia come biglietto da visita del Mediterraneo, l’ulivo come suo personaggio con mille storie e trasformazioni, non più convenzionale icona. Ha scritto Pedrag Matvejevic nella sua stimolante ricerca che il Mediterraneo è il luogo di tutte le contraddizioni e di tutte le contaminazioni. Dunque la sua identità non si potrebbe definire se non in negativo, sulla traccia poderosa del suggerimento avanzato dal grande storico Fernand Braudel: “Il Mediterraneo finisce là dove finisce l’ulivo”.

Pietro Marino

Segnalato a VetrinaPrestigiosa il 3.3.2011 da Piero Villani

Post popolari in questo blog

Geraldina Colotti

Ivo Scaringi

Christian Corda