Lisetta Carmi (Janki Rani)




Il Karma di Lisetta

Nella penombra del suo trullo pugliese riconvertito in ashram induista, una celebre pianista, grande fotografa, una soave novantenne vestita di bianco, ebrea perseguitata dal fascismo che la cacciò di scuola a 14 anni, soave meditatrice, antica militante comunista, ogni giorno per ore traccia con infinita calma calligrammi cinesi.

Troppo, vero? Sembra davvero troppo per una vita sola, infatti Lisetta Carmi di vite ne ha vissute almeno cinque (tante ne ha contate la sua biografa, Giovanna Calvenzi).

Ci sono esistenze non comuni che attraversano la storia in diagonale, tagliando il flusso della vita comune, e forse per questo la gente comune le incrocia ma subito le perde di vista.

Chi ama la fotografia, ad esempio, non può non aver incontrato almeno una volta le immagini di Lisetta, almeno quelle che fecero scalpore, come i suoi ritratti coinvolgenti e travolgenti di travestiti (uno dei quali pare abbia ispirato la Bocca di Rosa di De André…) che un noto editore milanese di sinistra si rifiutò di pubblicare benché fossero gli anni Settanta e spirasse un qualche alito libertario.

Oppure il suo viaggio fra le passioni pietrificate di Staglieno, il cimitero monumentale della sua città, Genova: tutte quelle passioni scolpite, quei dolori di marmo non commossero la dolce Lisetta, anzi la irritarono un po’, ci vide l’ipocrisia borghese fatta monumento, i pregiudizi di classe (rispettabilità, subordinazione della donna, pruderie e repressione sessuale, status sociale, ricchezza) scalpellati nella pietra, intitolò il lavoro Erotismo e autoritarismo a Staglieno, e ovviamente nessuno in Italia gliene fece un libro.

O ancora la sua dura inchiesta sulle condizioni di lavoro dei portuali di Genova (si infiltrò nei cantieri spacciandosi per la cugina di un camallo) che diventò una mostra-denuncia del sindacato; o la sequenza sul parto di una ragazza ventenne, crudo magico emozionante schiaffo ai pudori e alla retorica perbenista sulla nascita…

Immagini partorite, lasciate, ritrovate: un po’ somigliano alla sua stessa vita. Non le avesse riscoperte Uliano Lucas un decennio or sono, dedicandole una mostra-rivelazione, non le avesse riproposte oggi Giovanna Chiti in un sorprendente volume, Ho fotografato per capire, sarebbero forse perdute, perché Lisetta Carmi non ha mai rimpianto nessuna delle sue esistenze trascorse.

Spesso le ha troncate dalla sera alla mattina, come la carriera di concertista classica che per ben ventidue anni aveva portato nei grandi teatri d’Europa quel «donnino esile, capelli da pecorella ed occhi da extraterrestre» (Barbara Alberti): un bel giorno del giugno 1960 il suo maestro di musica le vietò di partecipare a un nervoso corteo-sciopero dei portuali per timore di incidenti, «metti che ti rompi una mano…», e lei, tra la salute delle sue dita d’oro e la sua coscienza politica, scelse la seconda, e lasciò la carriera musicale per sempre.

Anche la fotografia, del resto, sua compagna di vita per altri sedici anni, iniziò e finì per lei da un giorno all’altro. Un viaggio in Puglia al seguito di un etno-musicologo le fece venir voglia di provare, armata d’una modestissima Agfa Silette: funzionò.

Ma un sadhu, Babaji Herakhan Baba, incontrato in India durante un altro viaggio per caso, cambiò di nuovo la sua rotta. Lui le tagliò i capelli ricci e la ribattezzò Janki Rani. Lei porta ancora il suo volto in un ovale, al collo.

Tornata in Italia, convertì in ashram un trullo a Cisternino. Oggi Bhole Baba è un centro spirituale riconosciuto dallo Stato italiano. Lisetta non lo dirige più di persona, però. Ha inseguito altre vite.

Ha ricominciato a suonare il pianoforte, ispirata dalle riflessioni psicanalitiche di un suo ex allievo, Paolo Ferrari. Ha scoperto il Tao attraverso la calligrafia. Un regista, Daniele Segre, ha girato un film su di lei, Un’anima in cammino: avrà dovuto tenere il suo passo, mica facile.

Le chiedono spesso il segreto della sua così evidente serenità. Risponde con parole del suo guru adorato.

Ma di lei si racconta un certo illuminante episodio: sulla soglia dell’ashram pugliese, un giorno, Lisetta fu colpita da un fulmine. Portata di corsa all’ospedale, gli amici temevano il peggio: aveva solo un livido.

I medici non seppero spiegare. Lei sì: «Non ho opposto resistenza». In verità lo ha fatto molte volte: anche alle sue stesse vocazioni.

Però mai al suo karma.

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